La bocca lievemente socchiusa e le folte sopracciglia bianche che si muovevano coordinate all’aprirsi e al chiudersi delle palpebre seguirono i movimenti di Valerio che stava lentamente avvicinandosi al letto del vecchio.
«Aiutami per favore.» lo implorò. «Passami il telecomando del letto. Deve essermi caduto di mano durante l’ultimo riposino.» Il ragazzo, continuando ad avvicinarsi, notò pendere il telecomando a pochi centimetri da terra collegato a un cavo a molla. Si chinò, lo raccolse e lo porse gentilmente a Ietto. «Grazie mille, Valerio.» disse inclinando lo schienale del letto in una posizione che gli permetteva di stare quasi seduto. «Ah sì!» esclamò con soddisfazione «Così è tutta un’altra cosa. Mai che passi un’infermiera quando serve. Lo fanno apposta, vengono solo per interromperti i sonnellini.» Si voltò poi verso il ragazzo e guardandolo disse «Giusto! Non sei qui per ascoltare le lamentele di un vecchio brontolone. Dimmi un po’ di te!» Valerio, in parte intimidito e in parte ormai vinto all’idea di non aver niente da dire agli adulti, lo guardava con solo un poco d’interesse; realmente sotto quell’ammasso di rughe si nascondeva un volto? «Ti va di fare un gioco?»
(…)
Ietto chiuse gli occhi lasciando ricadere le grosse sopracciglia. Doveva essere un grosso sforzo restare a occhi aperti con un peso così grande a spingere costantemente le palpebre verso il basso. Canticchiava. Mugolava parole. Poi canticchiava nuovamente. Non si capiva molto, anzi, a essere sinceri fu molto difficile per Valerio riuscire a cogliere queste poche strofe.
Non andare mio amor non andar
Non si sa se potrai ritornar
E se avremo di nuovo fortuna
Come il giorno in cui tornò la luna.
Il vecchio ripeteva strofa dopo strofa come fosse il ritornello di una grande hit passata da tutte le radio nazionali più importanti. «Ehi!?» provò ad attirare la sua attenzione tentennante, con il solito timore che si può avere a risvegliare bruscamente un sonnambulo dal deambulante sonno. «Ietto?» Silenzio.
Poi riprese:
Non andare mio amor non andar
Non si sa se potrai ritornar
E se avremo di nuovo fortuna
Come il giorno in cui tornò la luna.
Il vecchio continuava a canticchiare queste poche strofe con i pesanti sopracciglioni canuti che si dimenavano a tempo di musica.
Come il giorno in cui tornò la luna.
Come il giorno in cui se ne andò la luna.
andò…
tornò…
Poi improvvisamente, come un disco inceppato dopo una sonora botta, riprese il discorso come niente fosse: «Sì, giovanotto! Testare te. Perché devo raccontarti una storia e devo capire se sei la persona giusta…» L’alone di mistero si era ormai allargato a macchia d’olio e stava invadendo la ragione di Valerio con secchiellate di curiosità. Da un lato si considerava troppo grande per le storie. Dall’altro, al confronto di quel vecchio Shar Pei, si sentiva un neonato appena svezzato. «Mi dispiace, nonno Ietto» disse, sebbene chiamarlo nonno lo infastidiva; era abituato a nonno Giucco e nonno Pino, loro sì che si meritavano quell’appellativo, erano nonni a tutti gli effetti e da veri nonni lo viziavano, ma chiamare nonno quel vecchio seduto sul letto di una clinica gli risultava alquanto strano. «Mi dispiace ma devo andare, alle 5:30 la mamma mi aspetta per portarmi all’allenamento.» «Va bene… va bene.» concluse Ietto celando una vena di tristezza tra le due ripetizioni. «Allora domani. Ci conto.» «Non posso, anche domani ho allenamento e poi devo scrivere un tema di almeno sei facciate. Non faccio in tempo.» «Un tema?» domandò il vecchio entusiasta. «Sì, un tema.» «Perfetto!» esclamò Ietto quasi urlando. «Allora vieni qua e porta penna e fogli», poi concluse: «Mi piacciono i temi.», commentando a se stesso.
Un forte imbarazzo e senso di colpa assalirono Valerio che, di fronte alle ripetute e insistenti proposte del vecchio, non sapeva più come rispondere negativamente. Se ne andò indietreggiando a testa bassa lasciando il pacchetto infiocchettato ai piedi del letto e guardando il motivo rettangolare formato dalle mattonelle tirate a lucido, senza mai voltargli le spalle e ripetendo più volte «Io non…io non…io non…» sempre più piano fino a svignarsela a gambe levate non appena imboccata la porta.
Gli sembrò strano ma, nel momento in cui si voltò per dare le spalle a Ietto e oltrepassare la porta, trovando quel minimo di coraggio per dargli un’ultima sfuggente occhiata, gli parve di vedere un sorriso dipinto su quel volto rugoso.
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