Valerio

Valerio era il primo e unico figlio di Gabriella Bongiovanni e Marco Riposi; appena nato non era particolarmente bello, aveva cinque capelli scuri gettati senza grazia su di un cranio sproporzionatamente grande, un colorito pallido, il naso a patata e gli occhi quasi del tutto serrati dalla rotondità delle guance. Alla sua nascita era presente tutta la famiglia: sua madre (ovviamente) e il padre al suo lato nella sala parto; nonna Alfonsina e nonno Giucco seduti in sala di attesa e, di fronte, nonna Nena e nonno Pino. Se ne stavano seduti a farsi risvegliare gli immancabili dolori artritici dalle scomode panche di plastica dura mentre passavano il tempo facendo un gioco molto in voga tra gli anziani del tempo, il famosissimo gioco del “Ce l’ho ce l’ho mi manca”. Le regole erano molto simili a quelle dei giochi di carte anni ‘90 dove la competizione era incentrata sulla potenza, velocità massima, peso, grandezza ecc. di camion, aerei, macchine, trattori, navi e chissà quanti altri mezzi di trasporto. La differenza è che i quattro nonni lo facevano con malattie e medicine.

(…)

«Valerio! Ci sei? Andiamo, è tardi!» Siete mai entrati nella camera di un tredicenne? Se mai vi sarà data l’opportunità o mai vi è capitato saprete benissimo che rintracciare un adolescente nella sua tana è cosa molto difficile. La leggenda narra che il ragazzo non getti casualmente le cose a terra ma che le organizzi in modo da rendere invisibile la propria presenza. Una vera e propria mimetizzazione. Mutande usate appese al lampadario, la sedia invasa da pantaloni sudici, un canestro appeso al muro con, impigliato tra la rete, un pupazzo di Darth Vader, un cartonato di Shaquille O’Neal a grandezza naturale che con i suoi due metri e sedici centimetri di altezza si era tramutato in un utilissimo appendiabiti, il letto ovviamente sfatto, ante degli armadi spalancate e ricoperte di poster di film, una chitarra abbandonata all’angolo, insomma un vero e proprio campo di guerra in cui era facile passare inosservati. 

            «Valerio Riposi, o esci subito da quella stanza o giuro che entro io!» un dubbio lo bloccò, lo aveva chiamato con nome e cognome; il segnale di emergenza dentro la sua testa cominciò a lampeggiare di un’accecante luce rossa accompagnata da un odioso suono di sirena ma qualcosa lo spingeva a stare sdraiato immobile sul letto, come un camaleonte sul ramo. Lasciare che sua madre entrasse e sentirla sbraitare su come fosse disordinato, pigro e lasciarsi obbligare sotto minaccia di punizione a passare il sabato pomeriggio a riordinare tutto oppure seguirla per fare quella cosa noiosa che gli aveva accennato il giorno prima e che in meno di un nanosecondo era stata cancellata dalla sua memoria? «Eccomi!» gridò sconfitto. Aprì la porta e la richiuse sbattendola dietro le spalle; con un sospiro di rassegnazione la madre lo precedette in macchina.

            Tredici anni è un’età fantastica ma il nostro Valerio ancora non lo sapeva, per lui essere adolescente era solo una grande rottura. Quel nuovo e inaspettato desiderio di libertà era costantemente contrastato dall’impossibilità di esprimerla; si era trovato nel giro di un’estate a passare dal desiderare le braccia della madre all’appendere un cartello di vietato l’accesso alla porta di camera con scritto VIETATO L’ACCESSO AI GENITORI. Desiderava scappare ma non aveva il coraggio di farlo. Per evitare di esplodere cominciò quindi a ricavare piccoli guadagni di libertà, a spostare le bandierine del lecito ogni giorno sempre più avanti. Iniziò a mentire a proprio favore, anche solo per il gusto di fare qualcosa di sbagliato, non mangiava la minestra proprio perché sapeva che gli faceva bene, non stava seduto a tavola perché sapeva che era maleducazione, rispondeva male di proposito, non ammetteva nessuno in camera e quando, per qualche motivo, sua madre era costretta a entrare per cause di forza maggiore come pulire il pavimento o cambiare le lenzuola, Valerio piantava grandi scenate a cui i vicini Pocai della villetta accanto ancora non si erano abituati.

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